What makes ‘you’ you?

La mia professoressa di matematica in seconda media mi aveva inquadrata subito.
Ai primi colloqui con mia madre le disse: «Sua figlia se ne sta lì seduta e mi guarda impassibile. Con quell’aria da “se ho capito o non ha capito, tu non lo devi sapere”.»

Da quel momento, oltre a sviluppare l’abitudine di annuire forsennatamente quando qualcuno mi parla, ho anche cominciato ad interrogarmi su me stessa, e sulla percezione che gli altri possono avere di me.

C’era qualcosa che non andava in me? O negli altri?
Nel corso degli anni, sono oscillata tra le due possibilità. 

Fast forward al 2014. Una delle mie migliori amiche si iscrive alla Bocconi, e in qualche corso per entrepreneur super fighi le parlano dell’Indicatore Myers-Briggs (MBTI).
Si tratta di un indicatore basato sulla teoria dei tipi psicologici di Carl Gustav Jung, che attraverso appositi questionari smista le persone, anziché nelle quattro case di Hogwarts,  in 16 possibili tipologie di personalità.
Il MBTI suddivide le caratteristiche della nostra personalità in quattro dimensioni:

1. Dove focalizziamo la nostra attenzione – Estroversione (E) o Introversione (I)
2. Il modo in cui recepiamo le informazioni – Sensitività (S) o Intuizione (N)
3. Come prendiamo le decisioni – Ragionamento (T) o Sentimento (F)
4. Come interagiamo con il mondo – Giudizio (J) o Percezione (P)

La combinazione di queste quattro lettere dovrebbe identificare la nostra personalità ed aiutarci a capire meglio noi stessi e il modo in cui interagiamo con gli altri.
E per quanto mi riguarda è stato così.
La mia amica bocconiana (che per semplicità e senza alcun riferimento a Pretty Little Liars, chiameremo A.), nello girarmi il link per fare il test, me lo presentò come “nulla di scientificamente provato, ma senz’altro più accurato dei quiz di Buzzfeed.”
Feci il test e, come pubblicizzato dal sito stesso, lo trovai accurato in modo un po’ inquietante.
A. è un’ENFP: “Spiriti liberi entusiasti, creativi e socievoli, che riescono sempre a trovare un motivo per sorridere.” E’ lei.
Il mio tipo è quello dell’INTJ, cosa che, oltre a darmi un’iniezione di autostima (“rappresentano solo il due per cento della popolazione, e le donne di questo tipo di personalità sono particolarmente rare, costituendo appena lo 0,8% della popolazione”), mi fece anche sentire, forse per la prima volta, compresa.
Ogni mia “stranezza” era finalmente giustificata. Finalmente capivo Jessica Rabbit.

giphy

Io non sono strana. Nessuno di noi lo è. Semplicemente il nostro cervello funziona in un certo modo, diverso da quello degli altri.

Qualche settimana fa mi sono ritrovata a leggere Reading People di Anne Bogel (solo in lingua inglese, per ora).
Il modo in cui è stato pubblicizzato è a mio avviso fuorviante. Sui banner pubblicitari presenti in rete e non prima della pubblicazione, si parlava di “reading personality“, personalità da lettore, e sul sito ufficiale è tutt’ora presente il quiz per scoprirla.
Avevo pensato ad un libro in cui si indagassero le diverse personalità attraverso parallelismi con personaggi letterari.
Ok, trip mentale mio, forse.
Il libro aiuta semplicemente a leggere la propria personalità, e quella degli altri, per poter meglio interagire con chi ci circonda. Nei vari capitoli vengono presentati diversi quadri della personalità (l’MBTI, l’Enneagramma della personalità, il Clifton Strengthsfinder, il Keirsey Temperament Sorter, i 5 linguaggi dell’amore), che mi hanno aiutata a comprendere sempre un po’ di più perché faccio quello che faccio, e perché no, anche come uscire da certi loop autodistruttivi.
Tra tutti, l’Enneagramma della personalità è stato forse quello che mi ha messo più in crisi, non perché difficile da comprendere, ma perché, al contrario dell’Indicatore Myers-Briggs, che mette in luce le nostre forze, l’Enneagramma sembra smascherare le nostre debolezze, fare luce sulla “paura fondamentale” di ognuno di noi.
L’Enneagramma si basa sulle nostre motivazioni, il motivo per cui facciamo ciò che facciamo, che ne siamo consapevoli o no. Ci espone.
Lo scopo è quello di individuare i nostri comportamenti malsani, e liberarcene.
Esistono nove Enneatipi, ognuno con la sua motivazione, desiderio, paura fondamentale, e bisogno primario.
A quanto pare è normale ritrovarsi in più di uno dei nove tipi, e questo spiega perché è così difficile per me individuare il mio tipo, che oscilla tra il Quattro (l’Individualista, il cui bisogno primario è quello di essere speciale, e che rischia quindi di cadere nell’autocommiserazione, e che sente spesso una mancanza di qualcosa, il che rischia di sfociare nell’invidia), e il Cinque (l’Investigatore, colui che ha bisogno di capire, e la cui paura fondamentale è quindi quella di essere incompetenti), anche se sembrano essere uno l’opposto dell’altro.

L’autrice di Reading People  è apertamente cristiana, e non mancano citazioni dalla Bibbia e aneddoti ecclesiastici, cosa che mi è risultata fastidiosa in alcuni punti, ma è comunque una lettura molto interessante.
Non è certo un manuale di psicologia, ma lo consiglierei a chi è interessato all’argomento. Mi ha dato molto su cui riflettere, e anche messo in crisi su alcuni aspetti della mia personalità, e fatto perdere un po’ l’orientamento su altri.

Di nuovo flash forward, ad oggi. Di nuovo quella sensazione di disorientamento.
Nel Q&A a Day regalatomi da mia sorella lo scorso Natale, la domanda: “What makes you you?”.

Ho cominciato a scrivere questo post per cercare di rispondere a questa domanda, ma 800 parole dopo, ancora non so come farlo.
Un post che voleva essere introspettivo, si è trasformato in uno a metà strada tra una recensione di Reading People, e uno sui tipi di personalità.

Ma, in fin dei conti, what makes you you?.

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